Luigi Tenco (Cassine, 21 marzo 1938 – Sanremo, 27 gennaio 1967) è stato un cantautore e attore italiano o, come lui stesso amava definirsi, un compositore.
Il suo suicidio, avvenuto in un albergo di Sanremo durante l’edizione del 1967 del Festival della canzone italiana, lasciò sgomento e destò scalpore nell’ambiente musicale e nella società italiana in generale.
Insieme a Fabrizio De André, Bruno Lauzi, Gino Paoli e Umberto Bindi è uno degli esponenti della cosiddetta scuola genovese, un nucleo di artisti che rinnovò profondamente la musica leggera italiana.

Nacque da una relazione extraconiugale della madre, Teresa Zoccola, cameriera presso una famiglia molto benestante di Torino (la famiglia Micca) con Ferdinando (1921-1983), il figlio sedicenne della famiglia. La madre venne poi allontanata e ritornò a Cassine, e Luigi prese il cognome del marito della ragazza, Giuseppe Tenco, che morì in circostanze mai del tutto chiarite prima che lui nascesse. I due avevano già un figlio, Valentino.
Trascorse la prima infanzia tra Cassine e Ricaldone (paese originario della madre) fino a che, nel 1948, la famiglia si trasferì in Liguria, dapprima a Nervi e poi a Genova, dove la madre aprì un negozio di vini. Nel 1951 si iscrive al Liceo Classico “Andrea Doria” che frequenterà solo un anno, per poi trasferirsi al Liceo Scientifico “Galileo Galilei”. Conseguirà la maturità scientifica il 29 luglio 1956, unico privatista su 257 a superare l’esame.
Nel 1953 fondò un gruppo musicale, la Jelly Roll Boys Jazz band (composta da Danilo Dègipo alla batteria, Bruno Lauzi al banjo, Alfred Gerard alla chitarra ed egli stesso al clarinetto), che propone, tra i tanti brani, Nat King Cole e Kid Ory.
Nel 1956, diciottenne, per assecondare il desiderio della madre e del fratello che volevano per lui un futuro da laureato, si iscrisse al corso di laurea in Ingegneria Elettronica. Superò l’esame di “Disegno 1” il 2 giugno 1957 riportando la votazione di 20/30, ma in seguito fallì due volte l’esame di “Geometria analitica e proiettiva” con Eugenio Giuseppe Togliatti e per due anni non sostenne più esami. Nel 1959 si iscrive al corso di laurea in Scienze Politiche. Il 18 giugno 1960 sostiene l’esame di “Geografia politica ed economica”, superato con votazione 24/30. Il 27 giugno sostiene anche l’esame in “Sociologia”, anch’esso con votazione finale 24/30; non sosterrà più esami, abbandonando la carriera universitaria nel 1965.
In questo periodo entrò a far parte come sassofonista del Modern Jazz Group del pianista Mario De Sanctis, che vedeva fra i componenti Fabrizio De André alla chitarra elettrica. Nel 1957 venne chiamato da Marcello Minerbi (in seguito fondatore dei Los Marcellos Ferial e arrangiatore per Claudio Lolli in Aspettando Godot) nel Trio Garibaldi, con Ruggero Coppola alla batteria e Minerbi al pianoforte; proprio per il trio Tenco scrive la sua prima canzone, la sigla di apertura dell’orchestra.
Seguì nel 1958 la costituzione del gruppo I Diavoli del Rock con Graziano Grassi, soprannominato Roy, alla batteria e Gino Paoli alla chitarra. Nel 1959 si trasferì a Milano, ospite con l’amico Piero Ciampi di Gianfranco Reverberi che, lavorando come arrangiatore alla Dischi Ricordi, lo fece partecipare come session man alle registrazioni di La tua mano di Gino Paoli e Se qualcuno ti dirà di Ornella Vanoni; si trasferì poi con Ciampi alla Pensione del Corso, in Galleria del Corso 1, dove alloggiavano anche Paoli, Sergio Endrigo, Franco Franchi, Bruno Lauzi ed altri artisti.
Ottenne poi un contratto discografico con la Dischi Ricordi come cantante; il suo esordio con il gruppo I Cavalieri risale al 1959. Il gruppo – che gravitava intorno alla casa discografica Tavola Rotonda, sottoetichetta della Ricordi, da cui il nome, e del quale facevano parte Gianfranco Reverberi, Paolo Tomelleri, Enzo Jannacci e Nando de Luca – incise un EP con quattro brani, Mai/Giurami tu/Mi chiedi solo amore/Senza parole (che vennero anche pubblicati suddivisi in due 45 giri), pubblicato a nome «Tenco». Dopo questa incisione, Tenco adottò gli pseudonimi di Gigi Mai, Dick Ventuno e Gordon Cliff, chiedendo a Nanni Ricordi di non apparire con il suo vero nome per non subire danni d’immagine essendo studente di scienze politiche ed iscritto ad un partito politico.

Nel 1961 uscì il suo primo 45 giri inciso come solista e con il suo vero nome, intitolato I miei giorni perduti. Nel 1962 cominciò una breve esperienza cinematografica, con il film La cuccagna di Luciano Salce (con Donatella Turri tra gli interpreti), pellicola nella quale cantò il brano La ballata dell’eroe, composta dall’amico Fabrizio De André.
Il primo 33 giri di Tenco uscì proprio quell’anno; conteneva successi quali Mi sono innamorato di te e Angela, ma anche Cara maestra che non fu ammessa all’ascolto dalla Commissione per la censura (per quest’ultimo brano fu allontanato dalle trasmissioni RAI per due anni). Sempre negli anni sessanta strinse un’amicizia importante con il poeta anarchico genovese Riccardo Mannerini.
Nel 1963 si ruppe l’amicizia con Gino Paoli, a causa della relazione di questi con la giovane attrice Stefania Sandrelli, che Tenco non approvava. Nel settembre dello stesso anno le sue canzoni Io sì e Una brava ragazza furono nuovamente bloccate dalla censura. Poco prima aveva abbandonato la Dischi Ricordi per la Jolly. Agli inizi del 1965 fa la sua seconda apparizione cinematografica, nel film musicale 008: Operazione ritmo, di Tullio Piacentini, distribuito con successo in tutta Italia.
Nel 1965, dopo vari rinvii che aveva ottenuto, partì per il servizio militare, che completò tuttavia in gran parte con ricoveri ospedalieri. L’anno successivo stipula un contratto con la RCA Italiana ed incide Un giorno dopo l’altro, che diventa sigla dello sceneggiato televisivo Il commissario Maigret. Altri successi dell’epoca sono Lontano lontano (in gara a Un disco per l’estate 1966), Uno di questi giorni ti sposerò, E se ci diranno, Ognuno è libero.
A Roma, conobbe la cantante italo-francese Dalida, con la quale ebbe una relazione. Nello stesso periodo collaborò con il gruppo beat The Primitives, guidato da Mal, per i quali scrisse, in collaborazione con Sergio Bardotti, il testo italiano di due canzoni: I ain’t gonna eat my heart anymore, che diventa il grande successo Yeeeeeeh!, e Thunder’n Lightnin, tradotta in Johnny no! e contenuta nell’album del gruppo Blow Up.

Nel 1967 si presentò (qualcuno sostenne suo malgrado) al Festival di Sanremo con la canzone Ciao amore ciao, cantata, come si usava a quel tempo, da due artisti separatamente (in questo caso si trattava dello stesso Tenco e di Dalida).
In realtà il brano aveva un altro testo e un altro titolo, Li vidi tornare (il provino con il testo originale venne pubblicato qualche anno dopo in un’antologia della RCA Lineatre), ma Tenco decise di modificare le parole originali, che parlavano di alcuni soldati che partivano per la guerra durante il Risorgimento.
Il brano di Tenco non venne apprezzato dai soli organizzatori del Festival e non fu ammesso alla serata finale del Festival, classificandosi al dodicesimo posto. Fallito anche il ripescaggio, dove fu favorita la canzone La rivoluzione di Gianni Pettenati, pare che Tenco sia stato preso dallo sconforto.

Rientrato all’Hotel Savoy, venne successivamente trovato morto nella camera che occupava, la n. 219, di una dépendance dello stesso Hotel. I primi a rinvenire il cadavere furono, presumibilmente, il suo amico Lucio Dalla, e successivamente la stessa Dalida con cui, soltanto qualche ora prima, aveva cantato al Salone delle feste del Casinò di Sanremo Ciao amore, ciao. L’ultimo a immortalare vivo il cantante fu il fotografo e giornalista Renato Casari: questa foto è attualmente conservata nella casa del fotografo (scomparso il 17 novembre 2010 in una casa di riposo a Lecco), a Mandello del Lario. Il corpo riportava un foro di proiettile alla testa. Venne trovato un biglietto vergato a mano – che più perizie calligrafiche hanno poi consentito di attribuire allo stesso Tenco – contenente il seguente testo:
« Io ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato inutilmente cinque anni della mia vita. Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt’altro) ma come atto di protesta contro un pubblico che manda Io tu e le rose in finale e ad una commissione che seleziona La rivoluzione. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao. Luigi. »
Questo fece subito pensare al suicidio come spiegazione della morte. Tanto più che Tenco aveva acquistato una pistola l’anno precedente per difesa personale. Tuttavia, per molti decenni, sono sussistiti dubbi sulle cause della sua morte: ad esempio a causa del fatto che non fu mai ritrovato il proiettile che ne causò la morte.
Per questo e per altri motivi, dopo anni di pressioni esercitate da una parte della stampa e dal fratello Valentino, il 12 dicembre 2005, a trentotto anni dai fatti, la procura generale di Sanremo ha disposto la riesumazione della salma per effettuare nuovi esami che, il 15 febbraio 2006 hanno confermato l’ipotesi del suicidio, chiudendo definitivamente il caso. Nonostante ciò, rimangono il giornalista Nicola Guarneri e il criminologo Pasquale Ragone che sostengono tesi alternative al suicidio.
I colleghi Bruno Lauzi, Gino Paoli e Ornella Vanoni hanno sempre affermato la tesi del suicidio; Paoli e la Vanoni affermano che, quella sera, per smaltire la delusione dell’eliminazione, Tenco avesse bevuto cognac o whisky e assunto pastiglie di Pronox, un tranquillante appartenente alla classe dei barbiturici (nella stanza ne fu ritrovata una scatola vuota), e che queste sostanze gli avessero causato uno stato di alterazione psicologica, tale da spingerlo al tragico gesto.
Tenco ha ricevuto sepoltura nel cimitero di Ricaldone.

Fonte: Wikipedia

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